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respiro di viaggio

letteratura a pezzi

Arriva dalla Francia, Amaury abita a Parigi e di professione è foto reporter, è lui che mi da un passaggio da Torino fino in Borgogna. Ha una grande e comoda vettura confortevole, ha previsto l’itinerario di viaggio fino al dettaglio: so con certezza che verso le 13 avrò venti minuti esatti per fare pipì, comprare un panino e una bottiglia d’acqua, mangiare vicino al cestino del parcheggio, gettare l’involucro nel differenziato e risalire in macchina. Amaury è gentile, seppur veramente poco socievole, ascolta Serge Gainsburg tutto il viaggio: per fortuna piace anche a me.

Amaury abita a Parigi e in Italia è venuto per un fotoreportage al terremoto, da tre giorni fa scatti ovunque per Mirandola e dintorni, fotografa chiese, campanili, edifici del centro storico, fabbriche, colpiti dallo sisma. Venderà il reportage a qualche rivista francese che pubblicherà le sue foto in formato mastodontico accompagnate da qualche piccola didascalia, piccola piccola sulla sinistra, di quelle che poi alla fine tutti sanno essere lì per spiegarti le foto ma che mai nessuno legge.

Gli chiedo se ha immortalato anche gli ambienti di lavoro, qualche interno di fabbrica, qualche banco di lavoro schiacciato dalle macerie: così, per accennare a quei poveri disgraziati che non solo sono morti nello sisma ma che in più per somma sfiga sono crepati mentre lavoravano. “No!” risponde secco, non conosce gli orari di lavoro italiani.

Così sui settimali francesi usciranno delle maestose fotografie di architetture a pezzi, qualche anziano in lacrime probabilmente ci sarà pure. Dei morti sul lavoro i francesi non ne sapranno nulla. Del resto a loro che gliene frega? I diritti sindacali sono rispettati, la disoccupazione copre ogni periodo non lavorativo e lo stato provvede e sostiene economicamente. A loro, che gliene deve fregare? Il problema semmai è un altro: perché invece a noi non ce ne frega un cazzo e preferiamo vedere sul Sorrisi e canzoni le foto di architetture divelte piuttosto che pensare a quei disgraziati che non solo sono morti nel terremoto, ma che in più sono crepati mentre lavoravano.

Insomma: ve li immaginate i sorrisi in mezzo al terremoto? E le canzoni nel centro di uno sisma? Io no, e propongo che chi si occupa di gossip non si impicci di cronaca solo perché fa vendere qualche copia in più.

Bologna è un comune italiano di 381’000 abitanti, capoluogo dell’ononima provincia e della Regione Emilia-Romagna. E’ la settima città italiana per abitanti ed è il cuore di un area metropolitana di un milione di persone.
Bologna “La Rossa”, per via del colore delle sue pietre, che formano i porticati che corrono lungo tutte le strade cittadine. Ma rossa anche per il comunismo: Bologna infatti per decenni è stato il buon esempio utopistico di come avrebbe potuto essere l’Italia gestita dall’estrema sinistra.

Bologna e la vita universitaria: migliaia di studenti ogni anno si iscrivono all’università dell’Alma Mater Studiorum, fondata nel 1088, tra le più antiche in Europa e dove tutt’oggi risplendono le facoltà sia umanistiche che scientifiche. E’ tra i portici di via Zamboni o sui gradini di Piazza Verdi che gli studenti si ritrovano, a pochi passi dalle facoltà, per l’ora dell’aperitivo.

Bologna l’industriale: un fitto substrato di piccole e medio imprese specializzate che forniscono prodotti soprattutto meccanici di altissima qualità in tutta Italia, un nome su tutti: la Ducati.

Bologna la grassa: per le gustose e ricche delizie culinarie tradizionali, dai tortellini alla mortadella, dai ciccioli al ragù a Bologna si mangia bene, innaffiando il tutto sotto litri di vino rosso Sangiovese, servito in tutte le rinomate osterie cittadine.

Bologna e el dialet: i bolognesi conservano da secoli immutato il loro dialetto, di cui anche Dante parlò nella divina commedia, e non di raro vi potrà capitare di sentire tra i vicoletti del centro storico i bolognesi relazionarsi in dialetto, magari ai tavolini esterni di un bar, in compagnia di un panino farcito e un bicchiere di rosso.

Bologna e le torri: ora rimaste meno di una decina, ma fino agli anni venti erano almeno un centinaio, dislocate sopra ai palazzi storici del centro.

Bologna e l’arte: Francesco Guccini, Lucio Dalla, Stefano Benni, Enrico Brizzi, Nicolò Copernico, Gianni Morandi, Andrea Pazienza, Giulio Cesare Croce…solo per citare alcuni delle centinaia di artisti, letterati, compositori, musici e scienziati che a Bologna sono nati o hanno studiato nel corso della loro vita.

Bologna e i colli: Stesa sulla pianura Bologna rivolge il proprio cuore sui margini dell’appennino, i primi colli che poi porteranno direttamente fino in Toscana e a Roma, e dove i giovani bolognesi amano trascorrere i pomeriggi d’estate, risalendo i tornanti con le loro motorette.

Bologna città invisibile dai mille volti e dalle mille sfumature che cambiano nel tempo, trasformandola al punto di renderla irriconoscibile ma quasi come sotto l’effetto di un sortilegio rimanendo sempre le stessa solita cara vecchia Bologna.

Bologna è un comune italiano di 381’000 abitanti, capoluogo dell’ononima provincia e della Regione Emilia-Romagna. E’ la settima città italiana per abitanti ed è il cuore di un area metropolitana di un milione di persone.

“Dai avanti muovi il culo, Noodle!”, “E non farti sempre pregare come il tuo vecchio alla bottega”. Noodle arranca a passi veloci, cerca di raggiungerlo, d’altraparte la lunghezza delle gambe fa qualcosa, quando si è in ritardo per un appuntamento.
La periferia di Boston è semidiserta dopo il tramonto, in lontanaza si sentono arrivare le grida e i canti dei bordelli nascosti. Il proibizionismo non ha cambiato poi gran chè, si divertiva chi aveva i soldi prima, si diverte chi ha i soldi adesso. Con la differenza che i poveracci non possono più annegarsi nell’alcool.
I due lasciano la strada principale per imboccare un vicoletto, di quelli bui, puzzolenti dove non c’entreresti neppure se fosse il Padre eterno a chiedertelo per favore. Però non che ci sia molta scelta, pensa noodle “Il carico lo abbiamo preso in gestione noi, e il sequestro da parte della polizia è una cosa che fa parte dei patti, il debito glielo ripagheremo, prendendo una percentuale minore sui prossimi viaggi, però stasera se non siamo lì puntuali a leccargli il culo il bastardo ci toglie i denti uno per uno con il tagliaunghie”. “Hei, Marx, aspettami, c’è un tanfo pestilenziale in questa strada, ma sei sicuro che si va per di qua?”.
“Noodle, certo che sono sicuro che si va per di qua, che ti passa per quella testa di fogna che ti ritrovi, e vedi di muoverti che già siamo in ritardo”.
Per noodle a dodici anni sembrano già tutte scelte fatte da tempo, sembrano scelte fatte da sempre, così come da sempre è l’essere adulti e l’arrangiarsi per la strada. Ogni tanto gli capita di ripensare al suo vecchio, sempre in mezzo alla muffa del suo negozio di tessuti all’angolo, sempre a tirar su di rissa con la madre, e quando ci capita in mezzo a chiedere le momete per le mele carammelizzate al massimo ottiene un ceffone; trema, si stringe la giacca sgualcita attorno al collo: “Meglio il vicolo puzzolente”, gli passa per la testa. “Hei, Marx, ma cos’è questo puzzo infernale, è amico di Lucifero il capo?”. “Smettila di frignare mammoletta, è la puzza della melassa, lo andiamo ad incontrare lì, negli scantinati della sua fabbrica”. Quello che loro chiamano capo è un impresario che da anni si guadagna le acclamazioni dell’opinione pubblica per la sua fabbrica che dà da lavorare a mezza città, e con le acclamazioni pubbliche le mazzette private e le cene nei ristoranti di lusso coi politici.
Alla fine del vicoletto si apre lo spiazzo adiacente al porto, dove le navi patono cariche di melassa per mezza costa orientale degli Stati Uniti, una fitta nebbiolina percuote gli edifici sull’altra sponda di cui si intravvedono solo i pesanti travi che come una palaffitta li sorreggono sulle acque e le enormi scritte colorate delle aziende. Il silenzio si calca addosso esattamente come quella nebbia ti entra nelle ossa, solo il campanello di un pesante barcone che passa sulle acque da uno scandire ritmico e disordinato a quel pezzo di mondo che per il resto potrebbe restarsene disperso in un limbo senza tempo. Mentre i due attraversano il piazzale a lunghi passi passano vicino al binone infuocato di alcuni vagabondi, gettati sopra alcuni sacchi di patate che avranno rubato lì in giro e che probabilmente saranno il loro pranzo per le successive due settimane. Uno dei due tenta anche di alzarsi, ovvio per acchiapparli e spillargli i pochi quattrini che possano avere in tasca quei due piccoli mocciosi dispersi. Ma per la loro fortuna è troppo fatto di colla per potercela fare e cade sul suolo a pancia in avanti, limitandosi a maledirli mentre scompaiono, veloci come sono passati, tra le nebbie.

La porta è arrugginita, il magazzino sembra vuoto ed abbandonato. “Una giusta dimora per i topi” direbbe il suo vecchio, questa volta azzecandoci appieno. Ma non fanno in tempo a spingerla con tutta la loro forza per aprirla giusto di pochi millimetri che una mano da dentro si prende Marx puntandogli la rivoltella contro il naso. Non ha bisogno di chiedere: ha la pistola, e se i ragazzi vogliono vivere le domande le devono intuire da soli. “Siamo i ragazzi dei barconi”, sibila Marx cercando inultimente di divincolarsi dalla presa, “Il capo ci aspetta”. L’uomo si gira di scatto verso la sua sinistra, dalla penombra appare il suo compare, gli fa un cenno secco il cappello, questo capisce, e se ne va…
Pochi minuti dopo sono nella parte più interna del semiterrato, qui non è così male, le luci gialle danno un qualcosa di indefinitamente accogliente alla lamiera corrosa dal salmastro. Le botti piene di acciughe riempiono l’atmosfera di puzza di pesce, mentre una decina di uomini, tutti in perfetto abbigliamento da ganster col lungo cappotto fino ai piedi e con la tendina del cappello a nascondere gli occhi se ne stanno seduti qua e là alla bell’e meglio, chi a bere, chi a fumare, chi a sparare ai topi.
“Hei!!”, “La vogliamo finire di sparare ai quei piccioni senza ali?” “tutto il bordello dell’America mi volete tirare qua dentro. Che i ragazzi hanno qualcosa da dire”.
“Si”, pensa Noodle, “Sei un vecchio figlio di puttana grasso e puzzolente di merda, e se avessi la pistola io te le farei tirare le cuoia come ad una vecchia suora che si piscia addosso”. Però a parlare è Marx, che coi gangster ci sa parlare meglio, e si sa pure far rispettare, almeno per essere alto un metro e una confezione di ciambelle.

La riunione non dura molto, le cose sono già chiare ancora prima di dirle, e per uomini d’affari come loro le chiacchere sono tempo perso. Il capo si alza, sfila il portafoglio dalla tasca interna della giacca ed allunga un pezzo da due dollari a Marx, “Tenete, le prossime mele cotte ve le offre la ditta”. Non c’è bisogno di spiegazioni, i capi hanno capito che la colpa del sequestro non è loro, che se continueranno a stare in riga e a lavorare come gli viene chiesto di fare, tenendo la bocca chiusa, non gli succederà nulla.
I due ragazzi si guardano in faccia, senza esprimere alcun sentimento, davanti ai Boss i sentimenti non sono accettati. Con un cenno della testa salutano e se ne vanno con lo stesso passo col quale sono arrivati, escono dal magazzino dove il palo con la pistola li osserva in silenzio e scompaiono tra la nebbia dei palazzi del porto periferico della città.

Si alza tardi il sole in inverno, e verso le sei la città è ancora avvolta dall’aurora, il cielo indaco ha sfumature arancioni che passano tra un palazzo e l’altro mentre il mondo dei lavoratori comincia ad uscire per strada. Charles cammina lungo il boulevad con la sua cassetta del pranzo sotto braccio e la prima pagina del giornale in mano. La notizia più importante è l’apertura di un nuovo scalo del porto, che verrà costruito là dove ora c’è un enorme mucchio di spazzatura, terra di conquista dei gabbiani. Charles non ne capisce granchè di economia, e di uno scalo nuovo non sa che farsene, però basta che la fabbrica di melassa resti aperta almeno un altro anno, il tempo di riuscire a comprarsi quella vecchia Caddilac usata che ha visto, partire, andarsene, e poi chi se ne frega.
Allunga la mano verso il taschino della camicia a quadri, però la trova vuota, e quello che cerca non c’è: la sua bottiglia da taschino di whysky. “Maledette leggi restrittive” pensa, “solo sei mesi fa bere era una cosa normale”. Con il malumore tipico del bevitore assetato attraversa la piazza centrale della città, dove giovani strilloni vendono il giornale e gli spazzini riempiono i carretti e i bidoni di pattume. Oltre a loro solo la puzza di salmastro, il cielo indaco e i gabbiani che puntuali si avventano verso il grande ammasso di immodizie nell’isolotto oltre il ponte della ferrovia.
Charles arriva al porto assieme a decine di altri, tutti a piedi, alcuni già stanno appoggiati alla recinzione della fabbrica con la coppola in testa e la sigaretta in mano. Ma quelli sono italiani, e da queste parti li chiamano la gente dello stiletto. Charles di italiani non ne conosce molti, l’unico col quale riesce a parlare è l’ometto che sta dietro alla pompa meccanica accanto a lui e che riesce a mettere in fila almeno due parole di inglese, quando parla non si capisce molto: sempre della sua terra laggiù in Italia e di quanto sia cresciuta sua figlia. Sicuramente non è una grande testa, ma neanche una grande testa di cazzo. Hanno anche bevuto assieme qualche volta, ripensa Charles, finito l’orario di lavoro allo spaccio del vecchio Billy, quello che si ritrova sempre il tipo del negozio di tessuti accanto con qualche motivo per tirar su casini ed il figlioletto di dodici anni che sembra già un malavitoso con la rivoltella in tasca.
Charles appoggia la giacca blu sulla spalla e avvicinandosi all’entrata fa un poco visibile cenno di saluto al gruppo degli italiani che lo stanno guardando, per poi salutare, con un cenno molto più visibile e con il sorriso le due guardie in divisa blu all’ingresso. Charles, in quei cento metri che separano la recinzione dall’ingresso vero e proprio dello stabilimento sente sempre un leggero senso di nausea e di disorientamento che gli sale mentre con le narici aspira forte a sentire tutto l’odore di salmastro, e di acciughe, e di immondia che arriva da quelle parti. Lo aspira forte come per tenerselo dentro tutta la giornata, nella quale sarà immerso dal nauseabondo tanfo di Melassa. Il sole sarà anche già calato quando uscirà, gli faranno male le ossa e gli occhi gli pizzicheranno. Barcollerà lungo le strade nella sola speranza di raggiungere casa senza che qualche poliziotto gli venga a chiedere cosa fa da quelle parti e perchè stia attraversando il quartiere buono della città, vaggli a spiegare che è la strada più corta, borbotterà qualche scusa, mentre si sentirà rispondere: “questo è il quartire del Candidato Sindaco Mac Farland, dell’assessore Williams, dell’industriale Timmison, del magnate ferroviario Walters e dell’attrice Morgue. “si andassero a far fottere veramente un giorno di questi”, quello che panserà, quello che pensa ogni volta che gli capita di essere fermato da un poliziotto mentre attraversa il quartiere buono della città.
Di questa città fondata da chi ha i soldi per farne ancora di più, per riunirsi nei loro festini nascosti tra prostitute ed alcool, che a noi non ce lo lasciano neppure più bere, che espodessero tutti un giorno di questi. Se ne fossero andati davvero in Europa a farsi accoppare nelle trincee; ma no, lì c’hanno mandato quelli come me, a loro dall’Europa bastava avere gli appoggi commerciali per le industrie di macchine e scarpe, e magari un sogno da esportare a quattro straccioni delle campagne che pur di venire qua a farsi trattare da schiavi sono pure disposti a pagare qualsiasi soldo abbiano in tasca per un viaggio di mesi in mezzo all’oceano pressati nelle stive in mezzo ai topi e alla muffa.
Esplodessero davvero un giorno di questi, loro e il lor quartiere “buono” l’unico della città che non puzzare né di acciughe, né di immondizia, né di olio o di ferro e chissà come, neppure la puzza di melassa arriva fin qui. Esplodessero davvero un giorno di questi, prima di espirare la puzza di acciughe dai polmoni, chinare il capo, abbassare lo sguardo e spegnersi il cervello per le successive dodici ore di lavoro.

Agli inizi del secolo la melassa negli Stati Uniti era il dolcificante più comune, oltre ad essere utilizzata per la fabbricazione di Rhum e munizioni.
La melassa veniva stivata in enormi serbatoi sopraelevati, quello che esplose il 15 Gennaio 1919 a Boston era di 15 metri d’altezza e 27 di diametro, collassò su sé stesso, producendo un’onda di 4,5 metri di melassa bollente che alla velocità di 56 Km/h sbriciolò la stazione, facendo deragliare un treno ed innondando tutta la periferia del North End, uccidendo 21 persone e ferendone 150; servirono 6 mesi e un totale di circa 87’000 ore di lavoro per riparare i danni.
La United States Industrial Alcohol Company (USIA) accusò i gruppi anarchici italiani che in città si inferforavano contro la fabbricazione di armi ma fu condannata dal tribunale a risarcire danni per 600’000 dollari, pari a 6’6 milioni di dollari attuali.
Nella zona dove accadde l’incidente è oggi stato costruito un campo da baseball comunale, in cui i giocatori dicono di sentire spesso l’odore di melassa.

I quartieri centrali non furono lontanamente sfiorati dalla catastrofe, e risiedono tutt’oggi dov’erano nel 1919.

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Il pesante cancello nero è coperto di grasso e di fuligine, completamente piatto, è alto almeno tre metri e per aprirlo devo spingere la maniglia di ferro con tutta le mia forza. Lento scivola sulla rotaia con uno stridulo metallico.
Entro, si apre un enorme piazzale contornato da quadrati fabbricati in lontanza che no riesco a riconoscere: sono neri, metallici e inquietanti, ma non so cosa siano; avanzo titubante lungo il ghiaino grigio che ricopre il piazzale, sento solo il rumore dei miei passi e del mio ansimare pesante, comincio a sentire una pressione sul petto, come una mano che preme i polmoni e che rende più difficile, respirare e avanzare.
I miei occhi non vedono bene, tutto è offuscato, confuso, continuo a stro-finarli decine di volte ma senza riuscire a mettere a fuoco; sulla sinistra, dopo un fabbricato, il piazzale continua ancora più grande, intravvedo una sorta di piccolo aeroporto, con piccoli aerei neri parcheggiati in maniera ordinata, ma oltre a questo sono solo luci, gialle e nere, che mi riempiono gli occhi.
Improvvisamente mi guardo, il mio corpo è vestito con stracci bianchi unti, sul polso ho tatuato un numero di serie, è lì che osservo le mie mani, an-ch’esse ricoperte di grasso e fuligine, come il cancello dell’entrata, come ogni cosa qui: infine capisco. Improvvisamente un pensiero mi balena per la testa, e capisco cosa sono venuto a fare, capisco chi sono e capisco sopratutto perchè non riesco a vedere nulla: quello che non riesco a vedere è la verità della storia, quello che qui non riesco a vedere sono le bandiere del “Reich”, sicuramente sparse ovunque attorno al campo di concentramento. Sono venuto a cercare la verità, ed ora che l’ho capito infine i miei occhi riescono a mettere a fuoco le immagini, che si sovrap-pongono veloci, entro in un capannone, l’odore è quello della fabbrica, alzo gli occhi ,la luce entra da feritoie delle lamiere, sento rumori di martello, spari, urla tedesche severe, e grida spaventate che incuotono timore ad ansia e areoplani che sganciano bombe sui civili e urla e grida disperate e madri in lacrime e singhiozzi di bimbi disperati sull’orlo del congelamento. La pressione al petto si fa troppo forte, mi sento svenire. Veloce in preda al panico fuggo.

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Sabbia, la sabbia di una minuscola spiaggia incastonata tra scogli aguzzi e montagne ricoperte di erica a strapiombo sulle onde. Uno sputo, una virgola, tra mare e pietra. Poche migliaia di granelli rinchiusi negli anfratti di una scogliera. Rinchiusi lì. Arrivati a cavallo delle onde placide del mediterraneo. Fermi intrappolati a godersi sale e sole, compatti gli uni con gli altri, legati a sé stessi e unti dall’umidità della costa. Alcuni di loro sono lì praticamente da sempre. “Ricordo di quando questa spiaggia ancora non esisteva” raccontano i più vecchi sotto la luce serale della luna e il mormorio continuo del mare ad una piccola folla curiosa di granellini minuti minuti, “Siamo stati noi, i primi, a creare la piccola colonia, c’abbiamo creduto fin da subito. E aggrappati l’uno all’altro e l’altro agli scogli abbiamo resistito per anni”; “poi, lentamente, sono cominciati ad arrivare altri granelli di sabbia, chi dalla Spagna, chi dalla Grecia. Chi in fuga da acque maleodoranti o da umani maleducati. Hanno portato la memoria di avventure incredibili, da costa a costa, di queste acque e nuove energie alla colonia”. Sono i giovani granelli quelli più curiosi, che sempre vogliono sentirsi ripetere gli avvenimenti mitici di come sia cresciuta la spiaggia sotto i loro piedi. Aggrappati alle zampe di una formica raggiungono veloci i vecchi granelli, persi in placide meditazioni e giochi da granelli di sabbia tra le alghe dell’ultimo scoglio. “Le storie più affascinanti erano quelle dei granelli turchi, loro si che ne avevano fatta di strada”, racconta un grosso e marcato granello dalla veneranda età, ” E da lì in breve abbiamo cominciato ad organizzarci, a darci i turni per restare aggrappati agli scogli, fu di un minuscolo granello maltese, tutto bianco ma con sfumature rosse, l’idea di usare le alghe e i legni come collante. Di giorno in giorno vedevamo il nostro sogno diventare realtà”; “fino ad oggi”, lo precede un granello quasi quadrato, tutto spigoloso e verde verde, color smeraldo, sicuramente con i natali dalle parti della foce del Nilo, “con voi piccoli granelli, che potete giocare liberi su questa spiaggia”. A volte, quando qualche coraggioso umano scende tutta la scogliera aggrappandosi per non cadere a Rosmarino e Timo per potersi bagnare nell’intimità della solitudine, sono i piccoli granelli ad aggrapparsi alla pianta dei suoi piedi e ai peli delle caviglie, granelli giovani, che vogliono conoscere il mondo e il mare, che si lasciano andare quando il piede prescelto sta nuotando nel fluido acquoso. O che si abbarbicano ai capelli di un bambino, per mescolarsi alla polvere delle città. Giovani granelli, che forse un giorno troveranno la strada per tornare, con moglie e figli al seguito, formando una fila di minuscola sabbia con valigie e fagotti. O che invece sfideranno la sorte, verso l’oceano, o verso una nuova spiaggia. Un senso di nostalgia coglie sempre i vecchi granelli, irradiati dalla luce rossa del tramonto, quando dall’ultimo scoglio vedono i giovani entusiasti andarsene; ma sempre ricordano di quando molti anni prima anche loro non erano che giovane sabbia, ritrovano lo stesso entusiasmo della loro gioventù, e, forse con una lacrima celata, dal profondo del cuore augurano buona fortuna a quegli incoscienti avventurosi. Piccoli, grandi, saggi, ingenui, distratti, avventurosi granelli di sabbia; vi osservo uno ad uno nel palmo della mia mano bagnata mentre il sole vi cade addosso per irrorarvi di minuscoli riflessi argentei. Quante storie nascondete dietro al suono melodioso delle maree e dei tramonti.

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Scende lento il liquido, ne segue i flussi tra i tubicini, tra gli zampilli che diventano ampolle, tra il fuoco e il vapore. Attento, scrupoloso, annota tutto su di un carnet. Varia le temperatura, occorre aggiungere acqua, serve attenzione per estrarre degli amminoacidi. Fuori saranno le tre del pomeriggio, ma nella cantina solo qualche raggio tra le tapparelle rompe l’oscurità. Tanto lì sotto è buio, e pensa, è una motivazione bastante per non curarsi delle giornate. In Svezia era uguale, ricorda che da bambino per sei mesi all’anno l’oscurità e gli animali di plastica della fattoria Toyunited riempivano le sue giornate. Sarà per questo, per questa abitudine alla solitudine che ha scelto di fare il ricercatore, di sobbarcarsi decine di ore di laboratorio ogni dì. Per pranzo un galletta, anche lo stomaco, pensa, deve adeguarsi alle necessità della scienza.

Le ampolle condensano vapori verdi e viola in piccole perlinature blu che si trasformano in gocce che appesantite da sé stesse scivolano lungo il vetro per tornare nella loro originaria massa bollente. L’aria è satura, si asciuga il sudore e continua ad annotare tutti i dati possibili, il rigore, nella scienza, è fondamentale.

Arriva da lontano la sua materia di studio, materia in senso fisico, si perché si tratta di materia cosmica. Rubata coi telescopi di soppiatto ad una disattenta galassia fattasi trovare in sottoveste, colta alla sprovvista nell’intimità dell’infinito. Non è facile imbarazzare una galassia, tantomeno sbirciare dal buco della serratura sui misteri del cosmo.

Sarà lo stomaco vuoto non appagato dalle gallette, sarà la stanchezza, le ore di lavoro, forse la noia, ma nell’aria sente un profumo permeante, dolce, simile alla vaniglia, gli ricorda Cuba, o le Hawaii. Di colpo si alza per avvicinarsi all’ultima ampolla del suo ciclo di trasformazione, preso da insolita euforia tracanna tutto d’un colpo il liquido ora ambrato. Amarognolo, buono, alcolico ….è Rhum.

Le galassie sono fatte con gli stessi amminoacidi del Rhum. Questo gli vale il nobel, o le risate dei colleghi. Ma poco gli importa di questo adesso, Il sapore forte gli riempie le papille gustative, sorride, le galassie sono fatte di Rhum.

Da lontano il rumore di un motorino che accelera, giovani spagnoli si godono l’estate madrilena, forse muovono verso il mare.

Suda, suda molto, lascia cadere il camice a terra dopo aver tolto dalla tasca la piccola e vecchia pecora di plastica, prende sotto braccio la sua galassia e assieme a loro e all’ampolla di rhum se ne esce verso piazza di Spagna. Il garage di zio Giuliano è poco lontano, la moto con le chiavi libera, tempo di prendere un asciugamano, chissà che effetto farà ad una galassia l’acqua calda e salata del mediterraneo.

 

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In questa vita in cui tutto è inutile
le amicizie che se ne vanno
corpi flaccidi che attendono lo sfilacciarsi della morte
e noia, volgarità
e tanta ignoranza

Cosa cerchi tu
di ottenere dalla vita
non vedi che è tutto secco
e arido

Che ogni sacrificio
ottiene calci
che tutto è secco
e arido e morto

soccombono gli amori
massacrate le speranze
e se ne va la gioventù
colle labbra incollate alla bottiglia

Ma per sole poche
gocce di poesia
valga la pena tirare avanti

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La solitudine di un hotel
sulla montagna, supramonte
e una partita a carte tra prigionieri.
La solitudine di un ubriaco, stanco
del suo ronzare per Orgosolo con
la bottiglia di grappa a tracolla.

Lucertole a sangue freddo, antiche pietre
del borgo che schizzano a nascondersi da passi in arrivo.

La malinconia di spiagge infestate, truppe
di yacht mascalzoni, scorribande
teppistiche lungo le coste.
Lo smarrimento dei tanti; è morto,
è morto in prigione sotto la mano del regime.
Fondatore del partito, innamorato
della vita; Gramsci, il ragazzo di Ales.

Il silenzio delle acque, lo sciabordio
degli scogli disorientati dalla luna.

La libertà, di foreste infinite, lungo
il declivio della Barbagia e greggi
di nuraghes affondati nella sabbia.
Fuori dalla misura del tempo che scorre
nel continente; un groviglio di lingue, dialetti
culturali, occhi profondi e cuore taciturno.

Dita veloci sputate dai numeri, di bocche
iraconde, ed un coltello dietro la schiena.

Siti di stoccaggio nucleare come
cellule tumorali in metastasi lungo
il territorio, a corrodere le fondamenta
delle speranze future.
A deturpare il paradiso della chimera
illusione; Sardegna, quasi un continente.

E tra il verde sottobosco mirto scorie di
un isola impoverita. Della sua libertà.

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Cosparso di rosso,
drappello pubblico
in una manifestazione popolare
col riservo pudico,
tipico,
del maghreb meridionale.

Kasserine, sploverata di malinconia
sotto stelle del cielo tunisino
da un ricordo di maggio
di amicizia e nostalgia
pollo, birra, locanda, osteria,
quello si che fu un viaggio.

E non potrò scordare
case assolate,oasi accoglienti
pietre taglienti e labbra celate
occhi neri e profondi e splendenti
tra le acque gelate
di palme miele, ciglia da sognare.

Popolo di contadini
pastori del deserto di poesia
da mill’anni sulle sponde
a vendere datteri lungo la via,
ma non risponde
il mediterraneo, né le sue onde.

Della violenza non parlo
che sempre fu emanata
da dita avide di petrolio, di denaro
villaggi turistici della donna emancipata.
Chiude le palpebre un ragazzo
abbagliato dal mezzogiorno dalla luce profumata.

Torrenti iracondi di greggio potente
ondate di nera bile
a ricoprire i campi di grano
pecore e furgoni distrutti dal barile.
Oltre le montagne da dove viene.
Ondate, di nera bile.

Assente la sera lungo il filo del tramonto
canta sordo il muezzim dal minareto
a decine di feriti, a contadini al ritorno
al silenzio degli eucalipti
alle strade insanguinate dov’è abbandonato un morto
alle donne chiuse nel riservo più inquieto.

E’ rossa la bandiera della Tunisia,
è rosso il sangue della gente,
è rossa la vergogna della polizia
è rossa la cravatta di Ben Alì.
È rosso succo e polpa del dattero
è rossa la mano della classe dirigente.
E’ rossa, la bandiera della Tunisia.

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